La giovinezza

Galileo nacque il 15 febbraio 1564 a Pisa, primogenito dei sette figli di Vincenzio Galilei e di Giulia Ammannati. Gli Ammannati, originari delle terre di Pistoia e di Pescia, vantavano origini prestigiose: un Tommaso Ammannati (ca 1345 – 1396), fu fatto cardinale da Clemente VII nel 1385, mentre il fratello Bonifazio (ca 1350 – 1399) ottenne la porpora nel 1397 da uno dei successori di Clemente, l’antipapa Benedetto XIII; quanto a Iacopo Ammannati (1422 – 1479), cardinale dal 1477, fu umanista, continuatore dei Commentarii di Pio II e autore di una Vita dei papi che è andata perduta. Si comprende come Giulia Ammannati non mancasse di far rilevare la disparità di origini a Vincenzio, per quanto gli antenati del marito fossero appartenuti alla buona borghesia fiorentina: si ricorda un Tommaso Bonaiuti, che fece parte del governo di Firenze dopo la cacciata del Duca di Atene nel 1343, e un Galileo de’ Galilei (1370 – ca 1450), medico noto al suo tempo e gonfaloniere di giustizia, il cui sepolcro nella chiesa di Santa Croce divenne la tomba dei suoi discendenti. Però Vincenzio era nato a Santa Maria a Monte nel 1520, quando ormai la sua famiglia era decaduta ed egli, musicista di valore, dovette trasferirsi a Pisa unendo, per necessità di maggiori guadagni, all’esercizio dell’arte della musica la professione del commercio. Liutista, insegnante e teorico musicale – aveva fatto parte della Camerata fiorentina dei Bardi) – era entrato in conflitto con la tradizione classica sostenuta dal suo maestro Zarlino, che attribuiva la consonanza tra tutti i suoni al controllo delle proporzioni numeriche e, con il suo Discorso intorno all’Opera di Messer Gioseffo Zarlino da Chioggia e il Dialogo della musica antica e della moderna, aveva proposto di ritornare alla melodia monodica contro l’imperante polifonia contrappuntistica.

Degli altri sei figli di Vincenzio e di Giulia, sono rimaste alcune notizie di Pietro Paolo, di Virginia, nata nel 1573, di Michelangelo, nato nel 1575, e di Livia, nata nel 1578, come il fratello Michelangelo, a Firenze, dove la famiglia Galilei si era trasferita fin dal 1574. Il giovane Galileo fece i suoi primi studi a Pisa sotto Muzio Tedaldi, doganiere della città, e a Firenze, prima col padre, poi con un maestro di dialettica e infine nella scuola del convento di Santa Maria di Vallombrosa, dove vestì l’abito di novizio fino all’età di quattordici anni. Vincenzio, il 5 settembre 1581, iscrisse il figlio all’Università di Pisa con l’intenzione di fargli studiare medicina, come a volere che Galileo ripercorresse la tradizone del suo glorioso antenato e soprattutto intraprendesse una carriera che poteva riservare lucrosi guadagni; nonostante il suo interesse per i progressi sperimentali di quegli anni, l’attenzione di Galileo fu presto attratta dalla matematica, che cominciò a studiare dall’estate del 1583, sfruttando l’occasione della conoscenza fatta a Firenze di Ostilio Ricci da Fermo, un seguace della scuola matematica di Niccolò Tartaglia. Caratteristica del Ricci era l’impostazione che egli dava all’insegnamento della matematica: non di una scienza astratta, ma di una scienza che servisse a risolvere i problemi pratici legati alla meccanica e alle tecniche ingegneristiche.

È probabile che a Pisa Galileo abbia seguito anche i corsi di fisica tenuti dall’aristotelico Francesco Bonamico: lo testimonierebbe la coincidenza di argomentazioni esistente tra gli Juvenilia, gli appunti di fisica abbozzati da Galileo in questo periodo, e i dieci libri del De motu del Bonamico. Durante la sua permanenza a Pisa, protrattasi fino al 1585, Galileo arrivò alle sua prima, personale scoperta, l’isocronismo delle oscillazioni del pendolo: per quanto la paternità della scoperta vada assegnata a Ibn Junis (950 – 1009), è certo che l’attività di quell’astronomo arabo era ancora del tutto sconosciuta in Europa. Fu così che, dopo quattro anni, il giovane Galileo rinunciò a proseguire gli studi di medicina a Pisa e ritornò a Firenze, dove approfondì i suoi nuovi interessi scientifici, occupandosi di meccanica e di idraulica; nel 1586 inventò uno strumento per la determinazione idrostatica del peso specifico dei corpi: ne descrive i dettagli nel breve trattato La bilancetta, circolato prima fra i suoi conoscenti e pubblicato postumo nel 1644. L’influsso di Archimede e dell’insegnamento del Ricci si rileva anche nei suoi studi sul centro di gravità dei solidi, espressi nel Theoremata circa centrum gravitatis solidorum, pubblicato solo nel 1638 in appendice ai Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze, e trovò una soluzione al problema della corona di Erone. Galileo cercava intanto una regolare sistemazione economica: oltre a impartire lezioni private di matematica a Firenze e a Siena, nel 1587 andò a Roma a richiedere una raccomandazione per entrare nello Studio di Bologna al famoso matematico Christoph Clavius, ma inutilmente, perché a Bologna gli preferìrono alla cattedra di matematica il padovano Giovanni Antonio Magini.

Su invito dell’Accademia Fiorentina tenne nel 1588 due Lezioni circa la figura, sito e grandezza dell’Inferno di Dante, difendendo le ipotesi già formulate da Antonio Manetti sulla topografia dell’Inferno immaginato da Dante finché, nel 1589, raccomandato dal cardinale Francesco Maria Del Monte, fratello del matematico Guidobaldo, ottenne dal granduca Ferdinando I un contratto triennale per tenere la cattedra di matematica nello Studio di Pisa.

L’insegnamento a Pisa

Frutto dell’insegnamento pisano è il manoscritto De motu antiquiora, che raccoglie una serie di lezioni nelle quali egli cerca di dar conto del problema del movimento. Base delle sue ricerche è il trattato, pubblicato a Torino nel 1585, Diversarum speculationum mathematicarum liber di Giovanni Battista Benedetti, uno dei fisici sostenitori della teoria dell’«impeto» come causa del «moto violento». Benché non si sapesse definire la natura di un tale impeto impresso ai corpi, questa teoria, elaborata per la prima volta nel VI secolo da Giovanni Filopono e poi sostenuta dai fisici parigini, pur non essendo in grado di risolvere il problema, si opponeva alla tradizionale spiegazione aristotelica del movimento come prodotto del mezzo nel quale i corpi stessi si muovono.

A Pisa Galileo non si limitò alle sole occupazioni scientifiche: risalgono infatti a questo periodo le sue Considerazioni sul Tasso che avranno un seguito con le Postille all’Ariosto: si tratta di note sparse su fogli e annotazioni a margine nelle pagine dei suoi volumi della Gerusalemme e dell’Orlando furioso dove, mentre rimprovera al Tasso «la scarsezza della fantasia e la monotonia lenta dell’immagine e del verso, ciò che ama nell’Ariosto non è solo lo svariare dei bei sogni, il mutar rapido delle situazioni, la viva elasticità del ritmo, ma l’equilibrio armonico di questo, la coerenza dell’immagine l’unità organica – pur nella varietà – del fantasma poetico». Nell’estate del 1591 il padre Vincenzo morì, lasciando a Galileo l’onere di prendersi cura del mantenimento di tutta la famiglia: per il matrimonio della sorella Virginia, sposatasi quello stesso anno, Galileo dovette provvedere alla dote, contraendo dei debiti, così come dovrà fare per le nozze della sorella Livia nel 1601 e altri denari dovrà spendere per soccorrere le necessità della numerosa famiglia del fratello Michelangelo. Non bastando il modesto stipendio di sessanta scudi all’anno, e nell’imminenza della scadenza del suo contratto, Galileo si rivolse nuovamente all’influente amico Guidobaldo Del Monte che lo raccomandò al prestigioso Studio di Padova, dove era ancora vacante la cattedra di matematica dopo la morte, nel 1588, del professore Giuseppe Moletti.

Il 26 settembre 1592 le autorità della Repubblica di Venezia emanarono il decreto di nomina, con un contratto, prorogabile, di quattro anni e con uno stipendio di 180 fiorini l’anno. Il 7 dicembre Galileo tenne a Padova il discorso introduttivo e dopo pochi giorni iniziò un corso destinato ad avere un grande seguito presso gli studenti. Vi resterà per 18 anni, che definirà «li diciotto anni migliori di tutta la mia età».

Il periodo padovano

Nell’aperto ambiente dell’Università padovana – risultato del clima di relativa tolleranza garantito dalla Repubblica veneziana – Galileo poté intrattenere rapporti cordiali anche con personalità di formazione culturale lontana dalla sua, come il professor Cesare Cremonini, filosofo averroista inquisito dall’autorità romana ma difeso da Venezia, città frequentata dal nostro scienziato, ove conobbe il nobile Giovanfrancesco Sagredo, che Galileo renderà protagonista del suo Dialogo sopra i massimi sistemi, e Paolo Sarpi, teologo ed esperto altresì di matematica e di astronomia. È contenuta proprio nella lettera indirizzata il 16 ottobre 1604 al frate servita la formulazione della legge sulla caduta dei gravi: « gli spazii passati dal moto naturale esser in proportione doppia dei tempi, e per conseguenza gli spazii passati in tempi eguali esser come ab unitate, et le altre cose. Et il principio è questo: che il mobile naturale vadia crescendo di velocità con quella proportione che si discosta dal principio del suo moto; come v. g., cadendo il grave dal termine a per la linea abcd, suppongo che il grado di velocità che ha in c al grado di velocità che ebbe in b esser come la distanza ca alla distanza ba, e così conseguentemente in d aver grado di velocità maggiore che in c secondo che la distanza da è maggiore della ca ».

Galileo aveva tenuto a Padova lezioni di meccanica dal 1598: il suo Trattato di meccaniche, stampato a Parigi nel 1634, dovrebbe essere il risultato dei suoi corsi, che avevano avuto origine dalle Questioni meccaniche di Aristotele. Diversamente dal filosofo greco, per il quale esistono due moti «naturali», cioè spontanei, dipendenti dalla sostanza dei corpi, uno diretto verso il basso, tipico dei corpi di terra e d’acqua, e uno verso l’alto, tipico dei corpi d’aria e di fuoco, per Galileo qualunque corpo tende a cadere verso il basso, nella direzione del centro della Terra. Se vi sono corpi che salgono verso l’alto è perché il mezzo nel quale si trovano, avendo un peso specifico maggiore, li spinge in alto, secondo il noto principio già espresso da Archimede: la legge sulla caduta dei gravi di Galileo, prescindendo dal mezzo, è pertanto valida per tutti i corpi, qualunque sia la loro natura. Nello Studio di Padova Galileo attrezzò, con l’aiuto di Marcantonio Mazzoleni, un artigiano che abitava nella sua stessa casa, una piccola officina nella quale eseguiva esperimenti e fabbricava strumenti che vendeva per arrotondare lo stipendio.

È del 1593 la macchina per portare l’acqua a livelli più alti, per la quale ottenne dal Senato veneto un brevetto ventennale per la usa utilizzazione pubblica. Dava anche lezioni private – suoi allievi furono, tra gli altri, Vincenzo Gonzaga, il principe d’Alsazia Giovanni Federico, i futuri cardinali Guido Bentivoglio e Federico Cornaro – e ottenne aumenti di stipendio: dai 320 fiorini percepiti annualmente nel 1598, passò ai 1.000 ottenuti nel 1609. Verso il 1594 compose due trattati sulle opere di fortificazione, la Breve introduzione all’architettura militare e il Trattato di fortificazione; intorno al 1597 Galileo fabbricò un compasso, che descrisse nell’opuscolo Le operazioni del compasso geometrico et militare, pubblicato a Padova nel 1606 e dedicato a Cosimo II.

Il compasso era strumento già noto e, in forme e per usi diversi, già utilizzato, né Galileo pretese di attribuirsi particolari meriti per la sua invenzione: ma il milanese Baldassarre Capra (ca 1580 – 1626), allievo di Simon Mayr, nel suo scritto Usus et fabrica circini cuiusdam proportionis, lo accusò di aver plagiato una sua precedente invenzione. Il 9 aprile 1607 Galileo ribaltò le accuse del Capra, ottenendone la condanna dai Riformatori dello Studio padovano e pubblicò a sua volta una Difesa contro alle calunnie et imposture di Baldassar Capra. Il Capra aveva già polemizzato con Galileo nel 1604 a proposito di una nuova stella, vista tra i primi il 9 ottobre dall’astronomo fra’ Ilario Altobelli, il quale ne informò Galileo. Luminosissima, fu osservata il 17 ottobre anche da Keplero, che ne fece oggetto di uno studio, il De Stella nova in pede Serpentarii, così che quella stella è oggi nota come Supernova di Keplero. Su quel fenomeno astronomico Galileo tenne tre lezioni, il cui testo non ci è noto, ma contro le sue argomentazioni scrisse l’aristotelico Antonio Lorenzini e contro entrambi intervenne anche il Capra. Da loro sappiamo che Galileo interpretò il fenomeno come prova della validità dell’interpretazione cosmologica di Copernico ma egli non rispose alla polemica e non sappiamo quali argomenti allora portasse a favore della teoria copernicana: si ritiene che egli, pur intimamente convinto copernicano, non avesse ancora prove sufficientemente convincenti da portare di fronte alla comunità scientifica. Già nel 1597, infatti, a Keplero che aveva recentemente pubblicato il suo Prodromus dissertationum cosmographicarum, scriveva di essere copernicano da molti anni e di aver prove – che però non espose – a sostegno di Copernico, «praeceptoris nostri». 

Il cannocchiale
Prove di tal genere potevano essere offerte solo dopo meticolose osservazioni e lo strumento che le avrebbe rese possibili era stato appena inventato. Di ottica si erano occupati Giovanni Battista Della Porta nella sua Magia naturalis (1589) e nella De rifractione (1593), e Keplero nei Ad Vitellionem paralipomena, del 1604, opere dalle quali era possibile pervenire alla costruzione del cannocchiale: ma lo strumento fu costruito per la prima volta, nei primi anni del XVII secolo da artigiani olandesi, indipendentemente da quegli studi. Galileo ne ebbe notizia – e forse anche un esemplare – nella primavera del 1609 e, ricostruito e potenziato empiricamente, il 25 agosto lo presentò come propria invenzione al governo veneziano che, apprezzando l’«invenzione», gli raddoppiò lo stipendio e gli offrì un contratto vitalizio d’insegnamento. Per tutto il resto di quell’anno Galileo s’impegnò nelle osservazioni astronomiche: acquisì informazioni più precise sui monti lunari, sulla composizione della Via Lattea e scoprì quattro dei tredici satelliti di Giove.

Le nuove scoperte furono pubblicate il 12 marzo del 1610 nel Sidereus Nuncius, una copia del quale Galileo inviò al granduca fiorentino Cosimo II, già suo allievo, insieme con un esemplare del suo cannocchiale e la dedica dei quattro satelliti, battezzati da Galileo «pianeti medicei». È evidente l’intenzione di Galileo di guadagnarsi la gratitudine della Casa medicea, ma molto probabilmente non soltanto per fini economici, ma anche per ottenere una influente protezione in vista della presentazione, di fronte alla comunità scientifica, di quelle novità che non avrebbero mancato di sollevare polemiche. Il 5 giugno 1610 il governo fiorentino comunicava allo scienziato l’avvenuta assunzione come «Matematico primario dello Studio di Pisa e Filosofo del Ser.mo Gran Duca senz’obbligo di leggere e di risiedere né nello Studio né nella città di Pisa, et con lo stipendio di mille scudi l’anno, moneta fiorentina». Galileo firmò il contratto il 10 luglio e in settembre raggiunse Firenze. Abbandonava così la sua convivente, la veneziana Marina Gamba (1570-1612) conosciuta a Padova, dalla quale aveva avuto tre figli: Virginia (1600-1634) e Livia (1601-1659), mai legittimate, e Vincenzio, che riconobbe nel 1619. Galileo affidò a Firenze la figlia Livia alla nonna, con la quale già conviveva l’altra figlia Virginia, e lasciò il figlio Vincenzio a Padova alle cure della madre e poi, dopo la morte di questa, a una tale Marina Bartoluzzi. In seguito, resasi difficile la convivenza delle due bambine con Giulia Ammannati, Galileo fece entrare le figlie nel convento di San Matteo, ad Arcetri, nel 1613, costringendole a prendere i voti non appena compiuti i rituali sedici anni: Virginia assunse il nome di suor Maria Celeste, e Livia quello di suor Arcangela, e mentre la prima si rassegnò alla sua condizione e rimase in costante contatto epistolare con il padre, Livia non accettò mai l’imposizione paterna.

A Firenze

La pubblicazione del Sidereus Nuncius suscitò apprezzamenti ma anche diverse polemiche. Oltre all’accusa di essersi impossessato, con il cannocchiale, di una scoperta che non gli apparteneva, furono messe in dubbio anche la realtà delle sue scoperte. L’aristotelico Cremonini si rifiutò persino di guardare attraverso il cannocchiale, mentre il matematico bolognese Antonio Magini – che sarebbe l’ispiratore del libello antigalileiano Brevissima peregrinatio contra Nuncium Sidereum scritto da Martin Hotky – senza negare l’utilità dello strumento, sostenne l’inesistenza di quelle vantate scoperte e Galileo in persona, in un primo tempo, cercò inutilmente di dissuaderlo. Più tardi il Magini si ricredette e con lui anche l’astronomo vaticano Christoph Clavius, che inizialmente aveva ritenuto le scoperte soltanto un’illusione prodotta dalle lenti. Era, quest’ultima, un’obiezione allora non facilmente confutabile, legata all’opinione che le lenti potessero bensì potenziare la visione ma anche deformarla. Un appoggio molto importante fu dato a Galileo da Keplero, che verificò l’esistenza effettiva dei satelliti di Giove, pubblicando a Francoforte nel 1611 l’apposita Narratio de observatis a se quattuor Jovis satellibus erronibus. Poiché i matematici del Collegio romano erano considerati le maggiori autorità del tempo, il 29 marzo del 1611 Galileo si recò a Roma per presentare le sue scoperte: fu accolto con tutti gli onori dallo stesso papa Paolo V, dai cardinali Francesco Maria Del Monte e Maffeo Barberini e dal principe Federico Cesi, che lo iscrisse nell’Accademia dei Lincei, da lui stesso fondata otto anni prima.

Il 1° aprile Galileo poteva già scrivere al segretario ducale Belisario Vinta che i gesuiti «avendo finalmente conosciuta la verità dei nuovi Pianeti Medicei, ne hanno fatte da due mesi in qua continue osservazioni, le quali vanno proseguendo; e le aviamo riscontrate con le mie, e si rispondano giustissime». Galileo non sapeva però che già il 19 aprile il cardinale Roberto Bellarmino aveva incaricato i matematici vaticani di approntargli una relazione sulle nuove scoperte fatte da «un valente matematico per mezo d’un istrumento chiamato cannone overo ochiale» e che la Congregazione del Santo Uffizio, il seguente 16 maggio, aveva deciso di indagare sui rapporti esistiti tra Galileo e il filosofo Cesare Cremonini, da tempo sospettato di eresia dall’inquisizione padovana. Evidentemente, nella Chiesa erano ben presenti le conseguenze che «avrebbero potuto avere questi singolari sviluppi della scienza sulla concezione generale del mondo e quindi, indirettamente, sui sacri principi della teologia tradizionale». Nel 1612 Galileo scrisse il Discorso intorno alle cose che stanno in su l’acqua, o che in quella si muovono – nel quale appoggiandosi alla teoria di Archimede dimostrava, contro quella di Aristotele, che i corpi galleggiano o affondano nell’acqua a seconda del loro peso specifico non della loro forma – provocando la polemica risposta del Discorso apologetico d’intorno al Discorso di Galileo Galilei del letterato e aristotelico fiorentino Ludovico delle Colombe. Il 2 ottobre, a Palazzo Pitti, presenti il granduca e la granduchessa Cristina, e il cardinale Maffeo Barberini, allora suo grande ammiratore, diede una pubblica dimostrazione sperimentale dell’assunto, confutando definitivamente il delle Colombe. Nel suo Discorso Galileo accennava anche alle macchie solari, che egli sosteneva di aver già osservate a Padova nel 1610, senza però darne notizia: scrisse ancora, l’anno seguente, l’ Istoria e dimostrazioni intorno alle macchie solari e loro accidenti, pubblicata a Roma dall’Accademia dei Lincei, in risposta a tre lettere del gesuita Christoph Scheiner che, indirizzate alla fine del 1611 a Mark Welser, annunciavano la sua scoperta delle macchie solari.

A parte la questione della priorità della scoperta, lo Scheiner sosteneva erroneamente che le macchie consistevano in sciami di astri rotanti intorno al Sole, mentre Galileo le considerava materia fluida appartenente alla superficie stessa del Sole e ruotante intorno ad esso proprio a causa della rotazione della stella. Nel marzo 1614 compì studi sul metodo per determinare il peso dell’aria, calcolando il suo minimo peso, diverso tuttavia da zero. L’aria è infatti circa 760 volte più leggera dell’acqua: gli studiosi dell’epoca, al contrario pensavano, senza alcun supporto sperimentale, che l’aria non avesse alcun peso.

Le lettere copernicane

Le scoperte astronomiche avvaloravano la teoria eliocentrica: l’esistenza delle fasi di Venere – e anche quelle di Mercurio, parimenti osservate da Galileo – dimostrava che quei pianeti ruotavano intorno al Sole. Galileo, scrivendo a Giuliano de’ Medici il 1° gennaio 1611, affermava che «Venere necessariisimamente si volge intorno al sole, come anco Mercurio e tutti li altri pianeti, cosa ben creduta da tutti i Pittagorici, Copernico, Keplero e me, ma non sensatamente provata, come ora in Venere e in Mercurio». Il 12 maggio del 1612 ribadiva a Federico Cesi la sua visione copernicana scrivendo come il Sole si rivolgesse «in sé stesso in un mese lunare con rivoluzione simile all’altre de i pianeti, cioè da ponente verso levante intorno a i poli dell’eclittica: la quale novità dubito che voglia essere il funerale o più tosto l’estremo e ultimo giudizio della pseudofilosofia, essendosi già veduti segni nelle stelle, nella luna e nel sole; e sto aspettando di veder scaturire gran cose dal Peripato per mantenimento della immutabilità de i cieli, la quale non so dove potrà esser salvata e celata». Convinto della correttezza della cosmologia copernicana, Galileo naturalmente era ben consapevole che questa non si accordava con diverse affermazioni della Bibbia e di Padri della Chiesa, che attestavano invece una concezione geocentrica dell’Universo. E poiché la Chiesa considerava le Sacre Scritture ispirate dallo Spirito Santo, la teoria eliocentrica poteva essere accettata, al più, soltanto come un semplice modello matematico senza alcuna attinenza con la reale posizione dei corpi celesti. Proprio sotto questa condizione, il libro del Copernico – il De revolutionibus orbium coelestium – non era stato ancora condannato dalle autorità ecclesiastiche.

Galileo, scienziato cattolico, crede di poter risolvere il problema rovesciando la soluzione allora corrente: la teoria copernicana è vera, sono le Scritture a essere state scritte – quando era il caso – senza corrispondenza con la realtà, utilizzando un linguaggio che esprime un modello utile e comprensibile all’uomo. Il 21 dicembre 1613 scrisse infatti all’allievo e amico benedettino Benedetto Castelli – matematico copernicano allora lettore a Pisa – che «se bene la Scrittura non può errare, potrebbe nondimeno talvolta errare alcuno de’ suoi interpreti ed espositori, in varii modi: tra i quali uno sarebbe gravissimo e frequentissimo, quando volessero fermarsi sempre nel puro significato delle parole, perché così vi apparirebbono non solo diverse contradizioni, ma gravi eresie e bestemmie ancora; poi che sarebbe necessario dare a Iddio e piedi e mani e occhi, e non meno affetti corporali e umani, come d’ira, di pentimento, d’odio, e anco talvolta l’obblivione delle cose passate e l’ignoranza delle future» Dev’essere allora che molte proposizioni della Bibbia sono accomodate per poter essere comprese dai semplici illetterati: tra questi accomodamenti deve rientrare anche il noto episodio della richiesta di Giosuè a Dio di fermare il Sole per prolungare il giorno: «io dico che questo luogo ci mostra manifestamente la falsità e impossibilità del mondano sistema Aristotelico e Tolemaico, e all’incontro benissimo s’accomoda co ‘l Copernicano». E spiega Galileo che se s’interpretasse alla lettera il passo biblico, ne verrebbe che secondo il sistema tolemaico, fermando il Sole, il giorno non si sarebbe prolungato ma, al contrario, accorciato: «Essendo, dunque, assolutamente impossibile nella costituzion di Tolomeo e d’Aristotile fermare il moto del Sole e allungare il giorno, sì come afferma la Scrittura esser accaduto, adunque o bisogna che i movimenti non sieno ordinati come vuol Tolomeo, o bisogna alterar il senso delle parole, e dire che quando la Scrittura dice che Iddio fermò il Sole, voleva dire che fermò ‘l primo mobile, ma che, per accomodarsi alla capacità di quei che sono a fatica idonei a intender il nascere e ‘l tramontar del Sole, ella dicesse al contrario di quel che avrebbe detto parlando a uomini sensati».

Al contrario, adottando l’interpretazione eliocentrica dell’Universo, per prolungare «lo spazio e ‘l tempo della diurna illuminazione, bastò che fosse fermato il Sole, com’appunto suonan le parole del sacro testo». Analoghe considerazioni Galileo svolse in lettere indirizzate al monsignore fiorentino Piero Dini e alla granduchessa Cristina di Lorena, le quali destarono preoccupazione negli ambienti conservatori per le idee innovative e per il carattere polemico e l’ardimento con cui lo scienziato pretese che alcuni passi delle Sacre Scritture venissero reinterpretati alla luce del sistema copernicano.

La disputa con la Chiesa

La denuncia del domenicano Tommaso Caccini
Nella Chiesa, due erano i maggiori Ordini tutelari della cultura scientifica e teologica: l’Ordine dei gesuiti, che vantava nelle sua fila numerosi matematici e fisici, e quello domenicano, fedele all’insegnamento dottrinario di san Tommaso, e pertanto sospettoso di ogni novità che a quella metafisica potesse in qualunque modo opporsi. Mentre i gesuiti, in un primo tempo, si mostrarono aperti di fronte alle nuove scoperte astronomiche, furono i domenicani i più decisi oppositori di Galileo, denunciando i pericoli che le teorie galileiane potevano apportare alla tradizionale dottrina della Chiesa. Tuttavia l’atteggiamento dei due Ordini nei confronti di Galileo si rovescerà due decenni dopo: nel 1633 saranno i gesuiti a denunciare il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, coinvolgendo nelle accuse anche i domenicani che avevano autorizzato la pubblicazione dell’opera.

Il 1° novembre 1612 il domenicano Niccolò Lorini denunciò in una predica tenuta nel convento di San Matteo a Firenze le teorie di Copernico – del quale nemmeno conosceva bene il nome – salvo scusarsi il 5 novembre con una lettera a Galileo, nella quale scriveva di non aveva voluto accusare lo scienziato – protetto dal Granduca – ma «per non parere uno ceppo morto, sendo da altri cominciato il ragionamento, ho detto due parole per esser vivo, e detto, come dico, che quella opinione di quell’Ipernico, o come si chiami, apparisce che osti alla Divina Scrittura».

Due anni dopo, il 21 dicembre 1614, dal pulpito di Santa Maria Novella a Firenze il frate domenicano Tommaso Caccini (1574 – 1648) lanciava contro certi matematici moderni, e in particolare contro Galileo, l’accusa di contraddire le Sacre Scritture con le loro concezioni astronomiche ispirate alle teorie copernicane. La sua predica si concludeva con un indovinato gioco di parole, tratto dagli Atti degli Apostoli: «Viri Galilaei, quid statis aspicientes in coelum?». A questa si aggiunse ancora il Lorini, con l’invio al cardinale Paolo Emilio Sfondrati, prefetto della Congregazione dell’Indice a Roma, il 7 febbraio 1615, a nome di tutta la comunità del convento di San Marco di Firenze, di una copia della lettera di Galilei al Castelli. Il Lorini rilevava che quella lettera, che sosteneva essergli «capitata per csaso nelle mani» e definiva «una scrittura, corrente qua nelle mani di tutti, fatta da questi che domandano Galileisti», conteneva «molte proposizioni che ci paiono o sospette o temerarie».

Tommaso Caccini giunse a Roma, il 20 marzo 1615, e nel palazzo del Santo Uffizio, di fronte ai cardinali Bellarmino, Galamini, Millini, Sfondrati, Taverna, Verallo e Zapata, denunciò Galileo in quanto sostenitore del moto della Terra intorno al Sole, e anche perché il confratello Ferdinando Ximenes aveva sentito dire da alcuni discepoli di Galileo che «Iddio non è altrimenti sustanza, ma accidente; Iddio è sensitivo, perché in lui son sensi divinali; veramente che i miracoli che si dicono esser fatti da’ Santi, non sono veri miracoli». Richiesto della fede cattolica di Galileo, il Caccini rispondeva maliziosamente che egli «da molti è tenuto buon cattolico; da altri è tenuto per sospetto nelle cose della fede, perché dicono sii molto intimo di quel fra Paolo servita, tanto famoso in Venetia per le sue impietà, et dicono che anco di presente passino lettere tra di loro». Intanto a Napoli era stato pubblicato il libro del teologo carmelitano Paolo Antonio Foscarini (1565-1616), la Lettera sopra l’opinione de’ Pittagorici e del Copernico, dedicata a Galileo, a Keplero e a tutti gli accademici dei Lincei, che intendeva accordare i passi biblici con la teoria copernicana interpretandoli «in modo tale che non gli contradicano affatto».

Ma che si potesse accordare Bibbia e Copernico non credeva il cardinale Roberto Bellarmino, già giudice, come lo Sfrondati e il Taverna, nel processo di Bruno, il quale il 12 aprile scriveva al Foscarini che « Primo, dico che V. P. et il Sig.r Galileo facciano prudentemente a contentarsi di parlare ex suppositione e non assolutamente, come io ho sempre creduto che habbia parlato il Copernico. Perché il dire, che supposto che la Terra si muova e il Sole sia fermo si salvano tutte le apparenze meglio che con porre gli eccentrici et epicicli, è benissimo detto, e non ha pericolo nessuno; e questo basta al mathematico: ma volere affermare che realmente il Sole stia nel centro del mondo e solo si rivolti in sé stesso senza correre dall’oriente all’occidente, e che la Terra stia nel 3° cielo e giri con somma velocità intorno al Sole, è cosa molto pericolosa non solo d’irritare i filosofi e theologici scolastici, ma anco di nuocere alla Santa Fede con rendere false le Scritture Sante […] Secondo, dico che, come lei sa, il Concilio prohibisce le scritture contra il commune consenso de’ Santi Padri; e se la P. V. vorrà leggere non dico solo li Santi Padri, ma li commentarii moderni sopra il Genesi, sopra li Salmi, sopra l’Ecclesiaste, sopra Giosuè, troverà che tutti convengono in esporre ad literam ch’il Sole è nel cielo e gira intorno alla Terra con somma velocità, e che la Terra è lontanissima dal cielo e sta nel centro del mondo, immobile. Consideri hora lei, con la sua prudenza, se la Chiesa possa sopportare che si dia alle Scritture un senso contrario alli Santi Padri et a tutti li espositori greci e latini […] Terzo, dico che quando ci fusse vera demostratione che il sole stia nel centro del mondo e la terra nel terzo cielo, e che il sole non circonda la terra, ma la terra circonda il sole allhora bisogneria andar con molta consideratione in esplicare le Scritture che paiono contrarie, e più tosto dire che non l’intendiamo che dire che sia falso quello che si dimostra. Ma io non crederò che ci sia tal dimostratione, fin che non mi sia mostrata: né è l’istesso dimostrare che supposto ch’il sole stia nel centro e la terra nel cielo, si salvino le apparenze, e dimostrare che in verità il sole stia nel centro e la terra nel cielo; perché la prima dimostratione credo che ci possa essere, ma della seconda ho grandissimo dubbio, et in caso di dubbio non si dee lasciare la Scrittura Santa esposta da’ Santi Padri » E infatti il Foscarini verrà, per breve tempo, incarcerato l’anno dopo e la sua Lettera proibita. Intanto il Sant’Uffizio stabilì, il 25 novembre 1615, di procedere all’esame delle Lettere sulle macche solari e Galileo decise di venire a Roma per difendersi personalmente, appoggiato dal granduca Cosimo: «Viene a Roma il Galileo matematico» – scriveva Cosimo II al cardinale Scipione Borghese – «et viene spontaneamente per dar conto di sé di alcune imputazioni, o più tosto calunnie, che gli sono state apposte da’ suoi emuli». 

Galilei a Roma
L’ambasciatore della Corte medicea, Piero Guicciardini, ottimo conoscitore dell’ambiente romano, era ben consapevole dei pericoli incombenti sullo scienziato: «so bene che alcuni frati di San Domenico, che hanno gran parte nel Santo Offizio, et altri, gli hanno male animo addosso; e questo non è paese da venire a disputare sulla luna, né da volere, nel secolo che corre, sostenere né portarci dottrine nuove». Il 24 febbraio 1616, richiesti dal Sant’Uffizio, i teologi risposero unanimemente che la proposizione «il sole è il centro del mondo e del tutto immobile di moto locale», era «stolta e assurda in filosofia, e formalmente eretica», in quanto contraddiceva molti passi delle Sacre Scritture e le opinioni dei Padri della Chiesa; che la proposizione «la Terra non è il centro del mondo, né immobile, ma da sé si muove anche di moto diurno», era «censurabile in filosofia; riguardo alla verità teologica, almeno erronea nella fede».

Di conseguenza, il 25 febbraio il papa ordinò al cardinale Bellarmino di «convocare Galileo e di ammonirlo di abbandonare la suddetta opinione; e se si fosse rifiutato di obbedire, il Padre Commissario, davanti a un notaio e a testimoni, di fargli precetto di abbandonare del tutto quella dottrina e di non insegnarla, non difenderla e non trattarla». Un documento datato 26 febbraio attesterebbe l’avvenuto precetto del Bellarmino e l’obbedienza di Galileo mentre il 5 marzo era reso pubblico il decreto della Congregazione dell’Indice che proibiva e sospendeva «rispettivamente gli scritti di Nicola Copernico De revolutionibus orbium coelestium, di Didaco Stunica su Giobbe e di Paolo Antonio Foscarini, frate carmelitano». A cospetto di tale sconfitta dei seguaci delle teorie copernicane, appare ingiustificata la soddisfazione mostrata da Galilei, scrivendo al Picchena, il 6 marzo, che la denuncia del Caccini «non ha trovato corrispondenza in S.ta Chiesa […] onde solo restano proibiti quei libri li quali ex professo hanno voluto sostenere che ella non discordi dalla Scrittura […] All’opera del Copernico stesso si leveranno 10 versi della prefazione a Paolo terzo, dove accenna non gli parer che tal dottrina repugni alle Scritture; e, per quanto intendo, si potrebbe levare una parola in qua e in là, dove egli chiama, 2 o 3 volte, la terra sidus […] Io, come dalla natura stessa del negozio si scorge, non ci ho interesse alcuno, né punto mi ci sarei occupato, se, come ho detto, i miei nimici non mi ci havessero intromesso […] un santo non l’haverebbe trattato né con maggior reverenza né con maggior zelo verso S.ta Chiesa: il che forse non hanno fatto i miei nimici, che non hanno perdonato a machine, a calunnie et ad ogni diabolica suggestione […] conoscerà V. S. con quanta flemma e temperanza io mi sia governato». Invece l’ambasciatore Guicciardini non lo trovava né flemmatico né temperato, se già il 4 marzo scriveva a Cosimo II che Galilei «s’infuoca nelle sue openioni, ci ha estrema passione dentro, et poca fortezza et prudenza a saperla vincere» e profeticamente comprendeva che Galileo «non scorge et non vede quello bisognerebbe, sì che, come ha fatto sin a hora, ci resterà dentro ingannato, et porterà sé in pericolo». Galilei rimase ancora a Roma per tre mesi, a discutere e a cercare di convincere delle sue opinioni, così che Guicciardini il 13 maggio scriveva al Picchena, che Galilei «ha un umore fisso di scaponire i frati et combattere con chi egli non può se non perdere […] lo stare absente da questo paese li sarebbe di gran benefizio et servizio». Avvenne così che si diffusero voci che Galilei avesse abiuato le sue opinioni copernicane, tanto che lo scienziato, prima di ritornare finalmente a Firenze, sentì la necessità di richiedere, il 26 maggio 1616, una dichiarazione autografa del cardinale Bellarmino così concepita: «Noi Roberto cardinale Bellarmino, havendo inteso che il sig. Galileo Galilei sia calunniato o imputato di havere abiurato in mano nostra, et anco di essere stato per ciò penitenziato di penitenzie salutari, et essendo ricercati della verità, diciamo che il suddetto sig. Galileo non ha abiurato in mano nostra né di altri qua in Roma, né meno in altro luogo che noi sappiamo, alcuna sua opinione o dottrina, né manco ha ricevuto penitenzie salutari né d’altra sorte, ma solo gli è stata denunziata la dichiarazione fatta da Nostro Signore [Paolo V] publicata dalla Sacra Congregazione dell’Indice, nella quale si contiene che la dottrina attribuita al Copernico, che la terra si muova intorno al sole e che il sole stia nel centro del mondo senza muoversi da oriente ad occidente, sia contraria alle Sacre Scritture, e però non si possa difendere né tenere. Et in fede di ciò habbiamo scritta e sottoscritta la presente di nostra propria mano, questo dì 26 di maggio 1616. Il medesimo di sopra, Roberto cardinale Bellarmino». Il cardinale ribadiva così la proibizione di sostenere le tesi copernicane: forse gli onori e le cortesie ricevute malgrado tutto, fecero cadere Galileo nell’illusione che a lui fosse permesso quello che ad altri era vietato: «nelle contraddizioni e distinzioni e compromessi nati durante il primo processo è l’origine delle future complicazioni del secondo processo di Galileo». 

La polemica sulle comete
Nel 1618 comparvero nel cielo tre comete, fatto che attirò l’attenzione e stimolò gli studi degli astronomi di tutta Europa. Fra essi il gesuita Orazio Grassi, matematico del Collegio Romano, tenne con successo una lezione che ebbe vasta eco, la “Disputatio astronomica”: con essa, sulla base di alcune osservazioni dirette e di un procedimento logico-scolastico, egli sosteneva l’ipotesi che le comete fossero di origine celeste e la utilizzava per avvalorare il modello di Tycho Brahe, la Terra è posta al centro del creato, con gli altri pianeti in orbita invece intorno al Sole, contro l’ipotesi eliocentrica. Galilei decise di replicare per difendere la validità del modello copernicano.

Rispose in modo indiretto, attraverso lo scritto “Discorso delle Comete” di un suo amico e discepolo, Mario Guiducci, ma in cui la mano del maestro era certamente presente. Ma nella sua replica anch’egli sbagliò nell’affermare che le comete non erano oggetti celesti, anche se il suo testo dimostra alcune contraddizioni nel ragionamento di Grassi e le sue erronee deduzioni dalle osservazioni delle comete con il cannocchiale. Il gesuita rispose con uno scritto intitolato Libra astronomica ac philosophica firmato con lo pseudonimo di Lotario Sarsi (ottenuto anagrammando il suo nome) in cui attaccava direttamente Galilei e il copernicanesimo. Galilei scrisse quindi nel 1623 il trattato Il Saggiatore, che già nel titolo intende confutare il trattato di Grassi: se questi aveva usato la bilancia (Libra), Galilei vuol utilizzare il “saggiatore”, una bilancetta molto precisa per pesare i metalli preziosi. Dedicò la sua nuova opera al nuovo papa. 

Il Saggiatore e il Dialogo sopra i due Massimi Sistemi
Nel 1623 a papa Gregorio XV era succeduto, col nome di Urbano VIII, Maffeo Barberini, intellettuale ed estimatore di Galilei, che al processo del 1616, quando non era ancora Papa, si era perfino pronunciato a suo favore. Davanti al cardinale di Hohenzollern, nel 1624, riferendosi a Copernico, affermò che “la Chiesa non aveva condannato e non condannerebbe la sua dottrina come eretica, ma solo come temeraria”. Recatosi a Roma, Galilei ebbe sei udienze con il Papa, durante le quali ricevette onori, raccomandazioni e denaro, anche se il pontefice non accettò l’istanza di Galilei di revocare il decreto del 1616. In ogni caso, lo incoraggiò a continuare i suoi studi riguardo il sistema copernicano, purché ne parlasse soltanto come di un’ipotesi. Galilei si dedicò quindi alla stesura del Dialogo di Galileo Galilei sopra i due Massimi Sistemi del Mondo Tolemaico e Copernicano, in cui espose il principio di relatività e il suo metodo per determinare la velocità della luce. Scrivendo l’opera in volgare e non in latino, che pure era la lingua dei dotti di allora, violò scientemente l’ordine della Chiesa, proponendosi in questo modo di diffondere, quanto più possibile, le sue teorie. 

Galilei a Roma da Papa Urbano VIII
Nel 1630, ad opera completata, Galilei si recò a Roma e, ricevuto da papa Urbano, gliela mostrò. Questi, essendo occupato personalmente, dopo una veloce lettura affidò la cura di leggerlo prima della pubblicazione ai censori per verificare che fosse conforme al decreto del 1616. Ma varie vicissitudini, tra le quali l’ignoranza in materia di astronomia dei censori preposti e le difficoltà, dovute alla peste, delle comunicazioni tra Firenze, dove Galilei era ritornato, e Roma, rallentarono questo lavoro. Galilei approfittò della confusione per accelerare la concessione dell’imprimatur. Alla fine furono apportate solo alcune modifiche marginali per sottolineare l’uso della teoria copernicana come ipotesi matematica e nel 1632 fu pubblicato a Firenze. Non passò molto che Urbano VIII si pentisse per non aver vigilato personalmente sulla concessione dell’imprimatur all’opera del Galilei. Infatti il sistema copernicano non era affatto trattato come mera ipotesi matematica, ma tutta l’opera tentava di dimostrarne l’effettiva realtà. Inoltre l’autore aveva anche messo in bocca a Simplicio, personaggio preso in giro durante tutto il corso dell’opera, l’argomento preferito di Urbano VIII, presentandolo come quello di «persona dottissima ed eminentissima». Nel Papa nacque perfino il sospetto che Simplicio rappresentasse una caricatura della propria persona, anche se ciò non era certamente nelle intenzioni di Galilei.

L’abiura e gli ultimi anni

Galilei, ormai settantenne, fu chiamato a comparire davanti al tribunale dell’Inquisizione nel 1632. Essendo malato cercò di rinviare il viaggio, fiducioso nella protezione del Granduca di Toscana, il quale però aveva ricevuto il titolo dal Papa, e dunque mai avrebbe contraddetto la volontà di questi. A seguito di una successiva ingiunzione dell’Inquisizione, dovette tuttavia recarsi a Roma, in pieno inverno, il 13 febbraio 1633. Nel corso del processo, sotto minaccia di tortura, Galileo fu indotto a negare perfino di aver mai abbracciato la dottrina copernicana, nonostante l’evidenza di ciò che aveva scritto nel Dialogo. Galileo si dichiarò disposto ad aggiungere dei capitoli per confutare Copernico, ma l’Inquisizione non tenne in considerazione questa offerta. Il 22 giugno 1633 Galileo fu riconosciuto colpevole di: “aver tenuto e creduto dottrina falsa e contraria alle Sacre e divine Scritture, ch’il Sole […] non si muova da oriente ad occidente, e che la Terra si muova e non sia centro del mondo”. La pena inflitta a Galilei consistette in diverse disposizioni: la messa all’indice del Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo; l’abiura della tesi copernicana; un periodo di prigionia della durata che sarebbe piaciuta al Sant’Uffizio; la recita dei sette salmi penitenziali una volta alla settimana per tre anni e che s’incaricò di recitare, con il consenso della Chiesa, sua figlia Maria Celeste, suora carmelitana. Galilei riuscì ad evitare che i dispositivi più duri della condanna diventassero effettivi. Il carcere fu mutato nel confino all’interno della villa dell’ambasciatore del Granduca di Toscana in Roma, Francesco Niccolini, e di qui, su richiesta di questi, nella casa dell’arcivescovo Ascanio Piccolomini a Siena. Qui, poiché il Piccolomini lo favorì permettendogli di incontrare personalità della città e di dibattere questioni scientifiche, a seguito di una lettera anonima che denunciava l’operato dell’arcivescovo e dello stesso Galileo, il Sant’Uffizio provvide, accogliendo una stessa richiesta avanzata in precedenza da Galilei, a confinarlo nella isolata villa che lo scienziato possedeva nella campagna di Arcetri. Nell’ordine del 1° dicembre 1633 si intimava a Galileo di «stare da solo, di non chiamare né di ricevere alcuno, per il tempo ad arbitrio di Sua Santità». Solo i famigliari potevano fargli visita, dietro preventiva autorizzazione; anche per questo gli fu particolarmente dolorosa la perdita della figlia suor Maria Celeste, l’unica con cui avesse mantenuto legami, avvenuta nel 1634. Nel 1638 quando era già completamente cieco, pubblicò a Leida, in Olanda, il suo lavoro più importante: Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze. In essa tratta le leggi del moto e la struttura della materia. È del 1640 l’apporto decisivo di Galilei che incoraggiò il suo allievo Bonaventura Cavalieri a sviluppare le idee del maestro e di altri sugli indivisibili incorporandole in un metodo geometrico (metodo degli indivisibili), per determinare aree e volumi: questo metodo rappresentò una tappa fondamentale per la futura elaborazione del calcolo infinitesimale. Con la cecità e l’aggravarsi delle condizioni di salute, nel 1639 fu permessa a Galilei l’assistenza del giovane allievo Vincenzo Viviani e, dall’ottobre 1641, anche di Evangelista Torricelli: ebbe anche una corrispondenza platonicamente sentimentale con la giovane cognata del figlio Vincenzo, Alessandra Bocchineri, che non poté però vedere: al suo invito a raggiungerla a Prato, il vecchio scienziato scriveva il 6 aprile 1641 di non poterla raggiungere «non solo per le molte indisposizioni che mi tengono oppresso in questa mia gravissima età, ma perché son ritenuto ancora in carcere, per quelle cause che benissimo son note». A lei è anche indirizzata l’ultima lettera che Galileo scrisse in vita, il 20 dicembre. Galileo Galilei si spense la notte dell’8 gennaio 1642 ad Arcetri, assistito da Viviani e Torricelli.

Dopo la morte

Galilei venne tumulato nella basilica di Santa Croce a Firenze insieme agli altri grandi fiorentini come Machiavelli e Michelangelo ma non fu possibile innalzargli l’«augusto e suntuoso deposito» desiderato dai discepoli, perché il 25 gennaio il nipote di Urbano VIII, il cardinale Francesco Barberini, scrisse all’inquisitore di Firenze Giovanni Muzzarelli di «far passare all’orecchie del Gran Duca che non è bene frabricare mausolei al cadavero di colui che è stato penitentiato nel Tribunale della Santa Inquisitione, ed è morto mentre durava la penitenza […] nell’epitaffio o iscrittione che si porrà nel sepolcro, non si leggano parole tali che possano offendere la riputatione di questo Tribunale. La medesima avvertenza dovrà pur ella avere con chi reciterà l’oratione funebre […]». La Chiesa mantenne la sorveglianza anche nei confronti degli allievi di Galileo: quando questi diedero vita all’ Accademia del Cimento, essa intervenne presso il Granduca e l’Accademia fu sciolta nel 1667. Nel 1757 Giuseppe Baretti, in una sua ricostruzione, avrebbe fatto nascere la leggenda di un Galilei che una volta alzatosi in piedi, colpì la terra e mormorò: “E pur si muove!”. Tale frase non è contenuta in alcun documento contemporaneo, ma nel tempo fu ritenuta veritiera, probabilmente per il suo valore suggestivo, a tal punto che Berthold Brecht la riporta in “Vita di Galileo”, opera teatrale dedicata allo scienziato pisano alla quale egli si dedicò a lungo. Nel corso dei secoli che seguirono la Chiesa modificò la propria posizione nei confronti di Galilei: nel 1734 il Sant’Uffizio concesse l’erezione di un mausoleo in suo onore nella chiesa di Santa Croce in Firenze; Benedetto XIV nel 1757 tolse dall’Indice i libri che insegnavano il moto della Terra, con ciò ufficializzando quanto già di fatto aveva fatto papa Alessandro VII nel 1664 con il ritiro del Decreto del 1616. La definitiva autorizzazione all’insegnamento del moto della Terra e dell’immobilità del Sole arrivò con un decreto della Sacra Congregazione dell’inquisizione approvato da Papa Pio VII il 25 settembre 1822. Nel 1968 papa Paolo VI fece avviare la revisione del processo. Al di là del giudizio storico, giuridico e morale sulla condanna a Galileo, le questioni di carattere epistemologico e di ermeneutica biblica che furono al centro del processo sono state oggetto di riflessione da parte di innumerevoli pensatori moderni, che spesso hanno citato la vicenda di Galileo per esemplificare – talora in termini volutamente paradossali – il loro pensiero in merito a tali questioni. Ad esempio, il filosofo austriaco Paul Feyerabend, sostenitore di una teoria anarchica della conoscenza, ha scritto: « La Chiesa dell’epoca di Galilei si attenne alla ragione più che lo stesso Galilei, e prese in considerazione anche le conseguenze etiche e sociali della dottrina galileiana. La sua sentenza contro Galilei fu razionale e giusta, e solo per motivi di opportunità politica se ne può legittimare la revisione » (P. Feyerabend, Wider den Methodenzwang, FrankfurtM/Main 1976, p. 206.) In senso opposto si è espresso in anni più recenti Giovanni Paolo II: « Come la maggior parte dei suoi avversari, Galileo non fa distinzione tra quello che è l’approccio scientifico ai fenomeni naturali e la riflessione sulla natura, di ordine filosofico, che esso generalmente richiama. È per questo che egli rifiutò il suggerimento che gli era stato dato di presentare come un’ipotesi il sistema di Copernico, fin tanto che esso non fosse confermato da prove irrefutabili. Era quella, peraltro, un’esigenza del metodo sperimentale di cui egli fu il geniale iniziatore. […] Il problema che si posero dunque i teologi dell’epoca era quello della compatibilità dell’eliocentrismo e della Scrittura. Così la scienza nuova, con i suoi metodi e la libertà di ricerca che essi suppongono, obbligava i teologi a interrogarsi sui loro criteri di interpretazione della Scrittura. La maggior parte non seppe farlo. Paradossalmente, Galileo, sincero credente, si mostrò su questo punto più perspicace dei suoi avversari teologi.» (Giovanni Paolo II ai membri della Pontificia Accademia delle Scienze, 31 ottobre 1992)